Made in Italy: la salvaguardia del patrimonio agricolo

Con il D.L. 24 giugno 2014, n.91 vengono emanate disposizioni urgenti per il settore agricolo, di particolare rilevanza è l’articolo 3 in cui vengono sanciti gli interventi per il sostegno del Made in Italy.

Oltre a dare agevolazioni fiscali alle imprese che producono prodotti agricoli e agroalimentari (è riconosciuto un credito d’imposta nella misura del 40% delle spese per nuovi investimenti sostenuti), vengono seguite quattro linee d’azione per dare carburante all’export agroalimentare e la tutela dei prodotti italiani: valorizzazione delle eccellenze con la promozione dei marchi di qualità, particolare attenzione alle reti distributive dei prodotti, creazione di un segno distintivo unico , un brand che rappresenti tutto il Made in Italy agroalimentare e, infine, la lotta all’Italian Sounding (utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promozionare e commercializzare prodotti affatto riconducibili al nostro Paese) con una campagna di forte contrasto sui mercati dove il fenomeno è più rilevante. Il budget previsto per i nuovi interventi è di circa 20 milioni all’anno per il 2015 e il 2016.

Come spiega al Sole 24 Ore Manuela Kron, direttore Corporate Affairs del Gruppo agroalimentare in Italia in un Paese a forte vocazione agricola come l’Italia, uno strumento che permette di misurare concretamente e in maniera scientifica la reputazione di un prodotto  alimentare può rivelarsi un’importante leva strategica, sia per migliorare la percezione sul mercato interno, sia per conferire una maggiore attrattività e competitività al brand “Made in Italy” quando il prodotto è messo a confronto con altri similari provenienti dall’estero. Il professore ordinario alla sapienza Marino Bonaiuto si sofferma invece sulla scelta del cibo che mangiamo quotidianamente, il quale non è solo una questione di prezzo o di gusto ma da una molteplicità di fattori che, più o meno inconsciamente, condizionano la nostra decisione e le nostre scelte e abitudini nutrizionali, evidenziando come è sufficiente aggiungere l’etichetta Made in Italy per dare un valore aggiunto ai nostri prodotti alimentari. Mario Guidi, presidente di Confagricoltura, osserva che esiste una rinnovata attenzione alle esigenze di competitività e di riassetto di un settore che sta trovando una positiva occasione di rilancio, ma le politiche devono seguire e valorizzare il flusso che sta portando i giovani ad orientare le loro attività economiche in agricoltura, supportando il rinnovo generazionale e l’orientamento alla crescita e alla ricerca, affinchè si affermi una cultura dell’innovazione in agricoltura che sappia coniugare davvero tradizione e modernità.

Nel rapporto sullo stato dell’Agricoltura del 2013 di Inea si riporta che con il grano duro italiano si potrebbe fare solo il 65 per cento della pasta che si consuma in un anno; ecco dunque l’importazione di grandi quantità da Canada, Stati Uniti, America del Sud e dall’Ucraina. Analogo il discorso per il grano tenero, che copre solo il 38 per cento dei consumi interni, la carne bovina (76 per cento), il latte (44 per cento), lo zucchero (24 per cento) e il pesce (40 per cento). Le non avvedute politiche nazionali degli anni Cinquanta costringono, ancora oggi, ad importare legumi.
L’autosufficienza potenzialmente rimane per il pomodoro, il riso, il vino, la frutta fresca, il pollo, le uova, prodotti autenticamente 100% italiani.
Il discorso cambia per i trasformati: l’Italia produce più del doppio della pasta consumata, quattro volte i volumi di spumante bevuto, un terzo in più del consumo interno di formaggi.

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